Navigazione GPS: smartphone vs navigatore (special guest QI charger)

Senza indugio, partirei con le conclusioni: il navigatore faccia il navigatore, la macchina fotografica le foto, il telefono, le telefonate. La migliore scelta per me è l’uso esclusivo di ogni devices. Per la moto, quindi la soluzione dovrebbe cadere su un navigatore specifico che ha un’attacco e una base dedicati, robusti e soprattutto punti di alimentazione specifici, grandi, ben aderenti per evitare falsi contatti e minimizzare l’usura.

L’efficenza dell’alimentazione è discriminante per scegliere una soluzione o escluderne altre.

Smartphone sempre più completi e versatili, la diffusa presenza di app anche molto sofisticate di navigazione, inducono il motociclista comune ad utlizzarli senza troppi problemi, anche con una certa compiaciuta soddisfazione, salvo poi rendersi conto dei reali limiti, quando l’uso va un pò oltre il giretto della domenica.

Questi i principali limiti dello smartphone in moto utilizzato a mò di navigatore, riassunti in quattro punti.

1) uno smarphone sempre in carica, con lo schermo sempre acceso, con app pesanti che girano simultaneamente (come quelle di navigazione),  si surriscalda sensibilmente, spesso si riavvia oppure non si carica andando in protezione, rovinando spesso anche la batteria.  Può facilmente e definitivamente ‘tirare le cuoia’ (termine tecnico: svampare), piantandoci in asso in mezzo al nulla. In queste condizioni, problematico il funzionamento stabile qualora servisse per questioni serie;

2) gli attacchi di alimentazione mini/micro/type C usb, si smandrappano…(termine scientifico). Oltre che per lo stacca/attacca, con le vibrazioni della moto, le buche, le sollecitazioni anche del cavetto ivi collegato, il connettore femmina si rovina e diventa inefficente, a volte si dissalda dalla PCB (la scheda elettronica) del device, portandosi con se le piste di rame, danneggiandolo seriamente e rendendolo inutilizzabile durante il viaggio ;

3) la presa usb sulla moto ‘fissa’ (o peggio, il caricatore ‘accendisigari’ con uscita usb) deve essere efficiente e non sempre è cosi. Ossidazioni, falsi contatti o usura da attrito degli stessi, scarsa potenza del circuito elettronico 12 > 5 volts;

4) usando un case/borsetta, con batteria esterna (powerbank), si presentano gli stessi problemi di cui al punto 1, con in più la scarsa potenza che fa andare in perdita la ricarica (quindi lo smartphone si scarica), con il massimo assorbimento richiesto.

L’unica soluzione che ritengo decente e sufficientemente affidabile per navigare con un ‘telefono’ è sceglierne uno con caratteristiche specifiche, usandolo con alcune accortezze.

Durante la navigazione,

  • non andrà alimentato esternamente (cosa che gioverà anche all’eventuale impermeabilità) perchè dovrà essere autonomo ed avere una grande batteria,  la più grande disponibile;
  • andrà posto completamente off line (lasciando il gps attivo, dopo aver fatto il primo fix con connessione dati, sfruttando l’A-GPS);
  • dovrà essere libero da ogni app in background che non sia il software di navigazione;
  • potrà essere settato a livello impostazioni software/generali affinchè il display (complice di assorbire oltre il 50% del fabbisogno energetico totale) si attivi a determinate condizioni (svolte, waypoints…) o  ‘risvegliandolo’ manualmente, magari con il ‘doppio tap’ sul display oppure con quest’ultimo spento, utilizzando le sole indicazioni vocali, veicolate via bluetooth sugli auricolari (consuma molto molto meno il bluetooth che lo schermo).

Tutti questi accorgimenti, servono per limitarne al massimo il consumo di batteria e arrivare sereni alla fine della giornata di viaggio e mantenere comunque una riserva di energia per altre funzoni, in caso di bisogno.

Per la moto se ne può scegliere uno rugged’ o ‘tough’, di quelli robusti, gommati e ipoteticamente impermeabili, caratteristiche auspicabili ma comunque non indispensabili. Fondamentale è la lunga autonomia:  una batteria da 5000 mah su un telefono economico, con caratteristiche hardware non esose e che quindi  consumi anche poco, può essere più che sufficiente ed equivalere ad una da 10000 mah su uno smartphone dall’harware più spinto, non necessario per questo utuilizzo.

Alcuni esempi di ‘economici’ da 2gb Ram + 16gb storage, anche su rete 4g, sotto i 100 euro.

Bene. Chi è arrivato a queste conclusioni (il navigatore dedicato o il cellulare autonomo)  ha probabilmente buttato un po di soldi e tempo in vari esperimenti e si è fatto un minimo di cultura tecnica o empirica.

Uno degli ultimi esperimenti è il wireless, la  carica esterna QI, senza fili. Complice l’evoluzione tecnologica, ai più può apparire subito  la soluzione definitiva per fornire alimentazione continua ma senza i problemi…del cavo.

Personalmente ho dato: ricordo per la cronaca, tanto per rendere l’idea dello smanettamento e l’entusiasmo raggiunto,  la  modifica operata ai danni di un povero Garmin Nuvi 500 alias Zumo 220 (afflitto endemicamente da problemi alla presa mini usb, collocata tra l’altro malamente, nel lato posteriore) munito,  a brutto muso,  di trasmettitore e di un ricevitore (inserito in un craddle) utilizando una basetta dedicata. Il tutto erogante  800/1000 milliamp (0,8/1 ampere), sufficienti per ricaricare e mantenere  il navigatore in condizioni di riposo ma non in navigazione, con gps attivo, schermo acceso. Come si dice qui in zona da me, semplicemente  ‘non je la fa’, progetto accantonato.

Garmin Nuvi 500 510 550 Zumo 220 wireless charger – Part One

Perchè una cosa così promettente non ha funzionato?

Il vero limite è dato dalla necessità che trasmettitore e ricevitore siano ‘intimamente attaccati’, a contatto e in più,  ‘centrati l’uno con l’altro’, ovvero le bobine devono essere tra loro allineate, perfettamente sovrapposte. -Ripeto-attaccate…una davanti all’altra. Appena si prova ad allontanare il device dalla basetta di ricarica, anche di  pochi mm…si perde totalmente la carica:  il sistema ad induzione elettromagnetica (questo è il temine tecnico per definire una tecnologia risalente a metà 1800 che ha molta dispersione, consuma più di quanto rende) perde circa il 50% ad appena 3 mm di distanza, oltre, stacca completamente  la carica. Stessa cosa se le bobine, come dicevo, non sono allineate ovvero non sovrapposte, pur di poco: sebbene a contatto, un disallineamento di un terzo della superfice, riesce a far perdere completamente la carica. Immaginate il tutto su una basetta, con un sistema di aggancio da moto, non perfettamente concepito per ‘allineare le bobine’ il quale, mentre si gironzola sereni,  sicuri della ricarica, invece si spegnesse sul più bello, sfinito, completamente scarico, solo perchè s’è un pò spostato, dopo chissà quale buca o tombino. Ci girerebbero abbondantemente le bobine, no?

Qualche novello Archimede, disconoscendo i vari limiti della soluzione di cui sopra,  ha poi pensato di irrobustire lo smartphone per le avventure più dure, utilizzando una cover, una copertura impermeabile e robusta, acquistata a parte,  installata su un cellulare qià ‘QI ready’,  relativamente robusto.  Al di la dei materiali della cover che possono ulteriormente schermare, attenuare la ricarica, tenendo fermo il discorso dello spessore e dell’allineamento, traete le vostre conclusioni: metteteci la basetta e il sistema di attacco, aggiungeteci che il tutto è montato su una moto, considerate che con un ampere o meno il cellulare, lo smartphone, specie se è un avidissimo octa core moderno (o peggio, un famigerato octa core Mediatek, cpu che imperversa sui ‘rugged’ cinesi ‘di alta gamma’), da acceso con gps e app che girano,  va in perdita e si scarica, spegnendosi. A questo punto tirate una riga e vi accorgerete che l’accrocco  si ricarica col Kaiser, come si dice in alcune zone dell’alto tirolo.

Però…c’è un recente ‘jolly’ in questo discorso: la ricarica QI ‘ad alta efficienza’, uno standard ad oggi piuttosto indefinito. In sostanza è lo stesso sistema ad induzione ma ‘pompato’, eroga certamente più corrente, cerca di ovviare ai fatti di cui sopra,  ovvero che un ampere molto scarso dei QI ‘normali’ non basta ed in parte, che le bobine devono essere allineate. Quindi il trasmettitore dopato (in genere ingombrante, multibobina,  elettronicamente complesso e intrisecamente delicato) eroga a prescindere, spammando, più potenti onde elettromagnetiche un po ovunque. Si consideri che  il ricevitore (dentro lo smartphone) deve essere predisposto, in ogni caso,  per poter gestire (semplicisticamente parlando) l’eccesso ‘di magnetismo’ che incide negativamente  sull’elettronica del telefono,  sull’rx/tx di rete gsm/UMTS/WCDMA, sull’NFC.…sul wifi…). Un macello …

Anche in questo caso, per essere efficenti ed evitare lo spam indiscriminato e controproducente di onde magnetiche e quindi ‘potenzialmente strabordanti anche su radiofrequenza’, il ricevitore e il trasmettitore debbono stare vicini vicini. Forse in questa versione ‘amplificata’ l’intero sistema riuscirebbe a trasmettere ‘qualcosa’ in più,  anche a qualche mm ulteriore di distanza, la multibobina attenuerebbe gli eventuali problemi di disallineamento ma la ricarica comunque rimarebbe parziale, attenuata, rendendo di fatto vana la maggiore potenza. Da considerare pure che un trasmettitore del genere, come dicevo multibobina (non roba cinese che millanta uno standard che non ha…)  non credo sia ad oggi fisicamente ‘compatibile’ con un semplice attacco da moto.

Questo qui, ad esempio, può essere considerato ‘una cosa seria…’

In ogni caso, pur a distanza, in condizioni ottimali (ovvero guancia a guancia, ricevitore e trasmettitore) il QI ricarica il telefono/smartphone parimenti al cavetto micro usb/ Type C, direttamente connesso. Il risultato ottenuto quindi, presenterebbe gli stessi problemi di cui al punto 1 ovvero surriscaldamenti da ricarica, tra l’altro potenzialmente peggiorati dall’elettromagnetismo, con conseguenti identiche inefficienze.

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